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Pubblichiamo, in primis, il punto di vista di Maria Carmela de Gioia, già docente di francese, nonché referente del Progetto INES.
Sono un’insegnante di francese in pensione. Attualmente mi occupo, per il Centro “ Don Bosco” di Andria, di progetti Grundtvig per i quali sono costretta ad usare l’inglese, lingua che, malgrado la mia laurea in Lingue e Letterature Straniere, parlo poco e male. Me la cavo bene, invece, in francese, che ho insegnato per tanti anni e che ho praticato, avendo fatto un anno di assistentato in Francia e numerosi soggiorni in quel paese. Anche in Inghilterra ho fatto numerosi soggiorni, ma, evidentemente, l’impostazione dell’inglese è diversa.
Quando ero all’Università ho studiato tanta grammatica ed ho fatto poca pratica non solo di inglese, ma anche di francese.
Bisogna riconoscere che le lingue straniere, in Italia, vengono insegnate male: si fa tanta grammatica e poca comunicazione; non si parla la lingua straniera in classe, né si utilizzano il laboratorio linguistico, o un semplice registratore con la cassetta, o il cd registrato. Eppure tutti i testi in uso nelle scuole sono provvisti di sussidi didattici. Lo so per certo, in quanto faccio volontariato (doposcuola di francese o inglese) presso la mia parrocchia e raramente i bambini mi chiedono di leggere.
Nella maggior parte dei casi fanno, per iscritto, la traduzione dei dialoghi o gli esercizi. C’è poi un altro problema: in Italia, contrariamente a quanto accade in tutti gli altri paesi europei, i film vengono proiettati in italiano e non nella lingua originale.
In realtà nel nostro paese si attribuisce poca importanza alle lingue straniere che si insegnano come il latino, senza pensare che sono lingue vive e strumento di comunicazione, ragion per cui, anche se si dovesse commettere qualche errore di grammatica, che importanza ha se si riesce a comunicare? Durante la realizzazione dei progetti Grundtvig mi è capitato di parlare con gente diversa, anche con gli agenti di polizia penitenziaria, considerato che essi si rivolgono ai detenuti, ed ho potuto constatare che anche loro si esprimono in inglese. C’è da sottolineare un’ultima cosa: l’Agenzia Nazionale Italiana, che pure dichiara di voler promuovere le lingue minoritarie in Europa, finanzia, per lo più, progetti in cui la lingua veicolare è l’inglese.
Che dire poi di Andria, nel cui liceo scientifico si insegna esclusivamente l’inglese? Forse è un caso unico in tutta la provincia. Si sarebbe potuta avviare una sperimentazione introducendo l’insegnamento di una seconda lingua straniera: francese, tedesco , spagnolo, cinese, arabo, ecc.
Maria Carmela de Gioia |